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Human Blood Detection Dog

Indagini penali incentrate sull’analisi di tracce di terreno

Francesco Santochi Special Agent Vicenza CID Office 5th MP BN (CID) U.S. Army Criminal Investigation Command

Il terreno, per determinati gruppi di persone, può significare cose diverse: se chiedessimo ad un gruppo di biologi che cosa rappresenti per loro il terreno, ci risponderebbero che il terreno è principalmente un materiale organico e minerale formatosi a seguito di processi complessi e dinamici sulla superficie terrestre. Se lo chiedessimo a degli ingegneri, ci risponderebbero che il terreno è la superficie sulla quale si possono potenzialmente costruire delle strutture da adibire ad uso umano. Per gli agricoltori, il terreno è quello strato superiore di 15-30 centimetri della superficie terrestre da adibire ad un certo tipo di coltivazioni. Per noi investigatori il terreno rappresenta soprattutto una fonte potenziale di prova.
Il valore potenziale delle tracce di terreno, o delle tracce lasciate sul terreno, come evidenze scientifiche in indagini di polizia giudiziaria è stato riconosciuto da più di un secolo. Basti pensare ad illustri personaggi come Hans Gross, Sir Arthur Conan Doyle e Georg Popp, i quali per primi suggerirono la possibilità di utilizzare il terreno come evidenza fisica. Il Popp in particolare fu fra i primi ad utilizzare con profitto reperti di tracce di terreno come evidenza fisica in indagini giudiziarie. Il valore delle evidenze geologiche deriva dal fatto che ogni tipo di terreno presenta caratteristiche fortemente discriminanti non solo per l’estrema complessità e diversità dei materiali che lo compongono, come minerali, particelle, micro-organismi, fossili ed altro ancora, ma anche per le sue caratteristiche fisiche come il colore, la grandezza delle proprie particelle e la loro densità. Negli Stati Uniti d’America l’applicazione delle geoscienze forensi al campo delle indagini criminali subì una forte accelerazione a partire dalla pubblicazione nel 1975 di “Forensic Geology” ad opera del professor Raymond C. Murray, PhD, oggi professore presso la Rutgers University nello Stato del New Jersey, seguito poi da “Evidence from the Earth – Forensic Geology and Criminal Investigation” di cui sono state finora pubblicate due edizioni. Secondo il professor Murray, le tracce di terreno repertate su una scena del crimine, piuttosto che dal corpo o dagli indumenti di una vittima o di un sospettato, solitamente non possono essere identificate come provenienti esclusivamente da un’area geografica specifica. Tuttavia, l’analisi di queste tracce può dirci molto sulla possibile origine di quel terreno. Questo è particolarmente vero, alla luce di quanto importante s’è rivelato per gli investigatori l’avvalersi della collaborazione e del contributo di geoscienziati forensi per la risoluzione dei casi che andremo qui di seguito ad analizzare.

L’omicidio di John B. Dodson

Il 15 ottobre 1995, John B. Dodson venne trovato a terra privo di vita dalla moglie Janice durante una battuta di caccia nei boschi delle Uncompahgre Mountains, nel Colorado occidentale, a circa 3.000 metri sul livello del mare. Dopo aver rinvenuto il cadavere, la moglie Janice corse verso il campeggio dove la coppia aveva trovato alloggio, in cerca d’aiuto. Un poliziotto, accampato nelle vicinanze, sentì le grida d’aiuto e si precipitò in soccorso a Janice. Janice venne trovata in piedi presso le recinzione del campeggio, in una zona fangosa. Il corpo di John si trovava a circa 200 metri di distanza. Janice affermò che qualcuno aveva sparato al marito. Tutto lasciava pensare che la morte di John Dodson fosse stata causata da un incidente di caccia. Tuttavia il corpo presentava non uno, bensì tre fori di proiettile, dettaglio che insospettì gli inquirenti. Le autorità iniziarono l’indagine e nelle immediate vicinanze del corpo venne trovato il bossolo di una cartuccia calibro .308; più distante venne trovata una cartuccia dello stesso calibro, ma inesplosa. Nella tenda dei Dodson venne trovato un paio di pantaloni coperti di fango dalle ginocchia in giù, che Janice rivendicò come propri. Interrogata Janice riferì di essersi sporcata i pantaloni dopo essere finita in una pozzanghera nel terreno adiacente la recinzione del campeggio presso il quale la coppia soggiornava. Gli inquirenti scoprirono inoltre che a circa 1.200 metri dal campeggio dei Dodson, in prossimità di uno stagno artificiale per l’abbeverata di bestiame, era accampato J.C. Lee, ex-marito di Janice, sul quale da subito ricaddero i principali sospetti degli investigatori per quello che sembrava essere un delitto passionale. Ma J.C Lee aveva un alibi piuttosto solido e, interrogato, riferì che nell’ora della morte del Dodson egli si trovava in compagnia del suo capo in un’altra zona delle montagne per una battuta di caccia, lontano dal luogo del ritrovamento del cadavere. Questa versione fu poi prontamente confermata dal capo di J.C. Lee, prontamente escusso a verbale. Si scoprì inoltre che il Lee aveva denunciato il furto dalla tenda del suo fucile e di una scatola di cartucce calibro .308 da parte di ignoti. Il quadro investigativo si faceva interessante e si iniziò a cercare l’arma del delitto, ma con scarsi risultati, e a causa dell’arrivo dell’inverno e del repentino irrigidirsi delle temperature, le ricerche dovettero essere sospese. Fu solo dopo parecchio tempo che l’indagine giunse ad una svolta. Durante uno dei numerosi sopralluoghi effettuati, consulenti geologo-forensi della Procura, intervenuti in appoggio agli investigatori, soprattutto in considerazione del fatto che l’arma del delitto non era ancora stata ritrovata, notarono che il fango attorno allo stagno artificiale vicino alla tenda di J.C. Lee era costituito principalmente da bentonite, un minerale argilloso ad alto potere assorbente, portato sul luogo per tamponare perdite di acqua, superficiali e sotterranee, dallo stagno. La parola “fango” portò alla mente di uno degli investigatori l’immagine dei pantaloni di Janice, che erano stati repertati fin dal primo sopralluogo presso la tenda dei Dodson. Si decise così di inviare al laboratorio un campione di fango prelevato dall’area attorno allo stagno e contenente bentonite, un campione di fango prelevato a ridosso della recinzione del campeggio dei Dodson dal luogo in cui Janice aveva affermato di essersi sporcata, e un campione di fango prelevato dai pantaloni di Janice rinvenuti all’interno della tenda dei Dodson. I risultati delle analisi di laboratorio sui tre campioni di terreno non dettero adito a dubbi: venne riscontrata la compatibilità chimico-fisica tra il fango repertato dai pantaloni di Janice e quello repertato dall’area attorno allo stagno, nelle vicinanze della tenda di J.C. Lee. Inoltre, il campione di fango repertato dai pantaloni di Janice risultava non compatibile con il campione di fango repertato dall’area dove Janice aveva inizialmente riferito d’essersi sporcata, in quanto quest’ultimo campione non presentava alcuna traccia di bentonite, il minerale trovato nell’area attorno allo stagno e sui pantaloni di Janice. In tutta l’area oggetto di indagine e dei numerosi sopralluoghi, inoltre, non vennero trovati altri siti caratterizzati dalla presenza di bentonite.
Fu possibile dunque ipotizzare con una certa certezza che Janice si fosse sporcata nelle vicinanze dello stagno; ciò, non solo significava che Janice aveva mentito nelle dichiarazioni fornite agli investigatori, ma la presenza del minerale sui suoi pantaloni la collocava inequivocabilmente anche in prossimità della tenda dell’ex marito, dove era presente il deposito di bentonite. Alla luce di queste, ed altre, evidenze scientifiche, Janice, sulla quale s’erano concentrati i sospetti degli investigatori dopo che gli stessi avevano potuto escludere dalla lista dei principali sospettati il suo ex-marito, venne arrestata e in seguito condannata all’ergastolo per l’omicidio di John Dodson, pena che sta attualmente scontando in un carcere femminile dello stato del Colorado.

Janet Dodson

L’omicidio di Enrique “Kiki” Camarena Salazar

Nel marzo del 1985 i corpi di Enrique “Kiki” Camarena Salazar, un agente speciale sotto copertura della Drug Enforcement Administration (D.E.A.) infiltrato tra i Narcos messicani, e del suo pilota dell’aereo da ricognizione con cui Camarena lavorava, vennero ritrovati nello stato messicano del Michoacan. La polizia giudiziaria messicana riferì che entrambi gli uomini erano deceduti a seguito di uno scontro a fuoco tra la polizia messicana e un gruppo di trafficanti di droga avvenuto presso il ranch di El Mareno, nel Michoacan, dove i cadaveri erano stati rinvenuti. Entrambi i corpi, da un esame obiettivo esterno, presentavano evidenti segni di tortura. La testa di Camarena presentava in particolare segni di schiacciamento. Si evidenziava inoltre che i fluidi corporei fuoriusciti dai corpi si erano mescolati con del terreno che a prima vista presentava caratteristiche fisiche, per densità e soprattutto colore, assai differenti dal terreno circostante l’area in cui i corpi erano stati rinvenuti. Il mescolarsi del terreno con i fluidi corporei è inoltre un processo che richiede un tempo relativamente lungo. Queste considerazioni lasciavano ipotizzare che il decesso fosse avvenuto da più tempo e che fosse avvenuto altrove, e che quindi i corpi fossero stati verosimilmente sepolti in un’altra località e poi riesumati per essere trasportati sul luogo dove erano stati ritrovati.
Il geoscienziato forense Dr. Ron Rawalt del laboratorio di investigazioni scientifiche del Federal Bureau of Investigations (F.B.I.), l’agenzia titolare delle indagini su suolo statunitense, chiese ed ottenne che venissero prelevati e repertati campioni di terreno sia dal corpo di Camarena che dal luogo del ritrovamento dei due cadaveri. L’esame scientifico dei campioni di terreno evidenziò che mentre il campione prelevato dal corpo del Camarena consisteva di terreno roccioso e conteneva polvere vulcanica vescicolare di colore sabbia-marrone, frammenti di cristobalite e frammenti di riolite, una roccia a grana fine, ricca di silicio, il campione di terreno prelevato dal ranch conteneva roccia basaltica di colore tendente dal verde al nero e non presentava alcuna traccia di riolite né, tanto meno, di cristobalite. Un’ulteriore analisi scientifica a cui vennero sottoposti i campioni prelevati dal cadavere portò i tecnici dell’F.B.I., coadiuvati nell’occasione da scienziati dello Smithsonian Institute, a determinare che il materiale roccioso presente nei reperti provenisse dall’area geografica di El Tequilla, nel bacino di Guadalajara, circa 100 chilometri più a nord dell’area di ritrovamento dei cadaveri. Approfonditi studi condotti sul campo permisero successivamente di restringere il cerchio per quanto riguardava il luogo di sepoltura originario al bacino di Guadalajara. Gli investigatori inoltre sapevano che il sito originario di sepoltura doveva presentare trace di bruciatura di erba o piante, in quanto sul corpo di Camarena erano stati rinvenuti inequivocabili segni di annerimento da combustione. Con l’aiuto di una squadra di cani molecolari, gli investigatori riuscirono ad individuare il luogo esatto originario di sepoltura. Le evidenze raccolte in questa indagine, che indicavano che i corpi erano stati inizialmente sepolti nella zona di Guadalajara, permisero agli agenti statunitensi di smascherare il tentativo di depistare le indagini, messo in atto in questo caso per coprire il coinvolgimento di agenti di polizia corrotti e di politici messicani conniventi.
Conclusione

Abbiamo visto quanto può essere importante il contributo delle geoscienze forensi applicate alle investigazioni criminali per la loro capacità di fornire nuovi spunti investigativi o portare alla positiva risoluzione di un caso. L’auspicio è che presto, anche in Italia, s’inizi con più frequenza, come del resto accade da diversi anni negli Stati Uniti d’America e in altri Paesi anglosassoni come Australia e Gran Bretagna, ad avvalersi delle conoscenze e della competenza di persone altamente qualificate nel campo delle geoscienze forensi come consulenti scientifici esperti nello studio delle tracce di terreno.