La mappa genetica dei cani.

I ricercatori americani hanno studiato il genoma di 161 razze e individuato 23 grandi categorie. La genetista Crepaldi: «Strumento per capire anche le nostre malattie»

Articolo tratto da Corriere della Sera rubrica Animali di Riccardo Bruno. Articolo originale.

La fotografia che racchiude la mappa genetica delle principali razze di cane, oltre 150, è un grande occhio colorato che ne racconta l’evoluzione a partire dai primitivi lupi selvatici (la fascia nera), i progenitori di tutti, chihuahua compresi. Elaborata dai ricercatori del National Institutes of Health, il ministero della Salute americano, è molto di più di un semplice elenco dei tratti in comune. «Attraverso il genoma canino si può leggere la storia delle migrazioni umane, oppure scoprire le origini delle patologie degli animali, così da aiutarli nel loro benessere oppure evitare incroci sbagliati. E ancora ottenere informazioni utili sulla salute dell’uomo». Paola Crepaldi è una genetista del dipartimento di Veterinaria dell’Università di Milano, ha letto con entusiasmo lo studio dei ricercatori americani guidati da Elaine Ostrander, con i quali lei e i suoi colleghi collaborano da anni (hanno realizzato un citatissimo studio sul cane sardo di Fonni).

I cani del Centro America e asiatici

Il risultato a cui sono giunti Oltreoceano, comparando ben 170 mila punti del genoma di 1.326 esemplari appartenenti a 161 razze diverse, è una divisione in 23 categorie. «Rappresentano i gruppi prima delle formazione delle razze moderne, avvenuta 200/250 anni fa — aggiunge Crepaldi —. I cani vennero addomesticati e hanno accompagnato l’uomo con diversi compiti, la caccia, la guardia, nella pastorizia. Indagando sulle similitudini tra le linee di mutazione di una razza rispetto a un’altra presente in un’area molto lontana, si può così ricostruire tutta la rete di scambi e incroci». Scrutando il Dna canino, i ricercatori americani hanno per esempio trovato razze del Centro America che poco hanno a che fare con gli esemplari arrivati al seguito dei colonizzatori. «È probabile che fossero già presenti con le popolazioni indigene. C’è ora da capire quale sia l’origine» suggerisce Dayna Dreger, una delle autrici della ricerca. Che è una miniera di spunti e future riflessioni. «Si è appurato che i grandi cani da guardia hanno caratteristiche tipiche molto antiche, come i levrieri — osserva Stefano Marelli, anche lui genetista del gruppo di lavoro dell’Università di Milano —. Anche i cani orientali sono rimasti isolati, tranne quelli piccoli con il muso corto, con la tipica faccia schiacciata. Vennero portati in Europa ed ebbero un grande successo come cani da compagnia e utilizzati in tantissimi incroci».

Plasmato dall’uomo

Insomma, studiare il nostro miglior amico aiuta a svelare anche noi stessi. Non solo la nostra storia e le nostre abitudini, ma anche le nostre malattie. Non a caso, il gruppo guidato da Ostrander lavora al dipartimento di ricerca sul cancro, indagare sui cani è uno strumento per cercare cure per le patologie più gravi. «Rispetto alle altre specie, il cane è quello che è stato maggiormente plasmato dall’uomo — osserva Enrico Alleva, etologo e accademico dei Lincei —. È vero che dal punto di vista comportamentale non è al livello degli scimpanzé, ma se noi puntiamo un dito, a differenza di una scimmia o di un lupo da cui deriva, il cane è in grado di capire la nostra indicazione. Non solo sa interpretare le nostre emozioni ma reagisce, gioca, fa dispetti, consola anche». Chi ha un cane lo sa benissimo, senza bisogno di conferme scientifiche.

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